Cohousing sociale e volontario

La coabitazione per molti è un ripiego, è il modo per i ragazzi di risparmiare studiando fuori sede all’Università oppure la casa famiglia per anziani o disabili non autosufficienti. Chiamiamola coabitazione necessaria. Con l’affermarsi anche in Italia del fenomeno estero del cohousing ora a questa, si è affiancata la coabitazione volontaria.

Quindi esistono due modi di intendere il cohousing. Quello sociale (o assistenziale) e quello volontario (o non assistenziale).

Il primo modello di coabitazione è quello attualmente più diffuso in Italia. E’ un modello di tipo assistenziale, rivolto principalmente ad anziani, disabili e fasce di popolazione in difficoltà economica ed è vissuto dai beneficiari come un obbligo inevitabile, in quanto spesso la scelta con chi coabitare è effettuata senza il loro consenso. Si replica in sostanza, il modello sociale del condominio, in cui persone sconosciute, spesso con interessi e bisogni opposti, sono costrette a convivere vicine. Con l’inevitabile strascico di conflitti dovuti alle relazioni obbligatorie. La nascita del cohousing in Danimarca negli anni sessanta cambia tutto.

Il cohousing è una forma di abitare collaborativo, connotata da termini come “collettivo”, “partecipativo”, “auto-organizzato”, “co-progettato”, che porta al ripensamento dell’abitare come bene comune, basato sul principio della trasformazione e del miglioramento delle condizioni sociali per mezzo di pratiche abitative di condivisione di spazi, servizi ed impianti energetici comuni. 

In particolare, a Roma riteniamo che cohousing sociale e volontario possano coesistere in un’unica progettualità perché lo standard edilizio esistente, basato sulla microproprietà, impedisce di fatto di costituire cohousing di tipo volontario basati su più appartamenti individuali e spazi comuni in uno stesso edificio, ma solo coliving, ovvero coabitazione  all’interno di uno stesso immobile in cui ogni coabitante dispone solo di stanze e bagno.

Attraverso tale modello abitativo si possono ricomporre le soluzioni a svariate esigenze:

  • quella di implementare la transizione ecologica, attraverso la costituzione di comunità energetiche ed il riuso di spazi e manufatti in stato d’abbandono;
  • quella di facilitare socialità e mutuo aiuto, attraverso la coesistenza di spazi privati e di spazi condivisi per attività comuni;
  • quella di arricchire la rete dei servizi culturali e socio-sanitari di prossimità, rendendola fruibile sia dagli abitanti del cohousing, che dai residenti del quartiere di insediamento;
  • quella di avviare lavori “green” e di cura che la collettività dei residenti genera;
  • quella di rappresentare un antidoto alla solitudine che può accorciare le distanze sociali tra giovani e anziani, tra “abili” e “disabili” e persone di nazionalità e cultura diversa.

Riteniamo in generale che il cohousing debba essere multigenerazionale e integrato tra persone normodotate e persone disabili, salvo i casi di disabilità più grave che necessitano una gestione più medicalizzata. Il cohousing deve servire a socializzare non a creare ghetti. Quindi rifuggiamo da modelli come il senior cohousing, un ghetto dorato per soli anziani, o i modelli simili alle case famiglia per i soli disabili. Cosi come rifuggiamo da una coabitazione “per ricchi” che possono scegliere come coabitare e “per poveri” che sono obbligati a coabitare. I finanziamenti provenienti da fondi statali e degli enti locali devono garantire un equo accesso a chiunque. Favoriamo quindi la coesistenza tra cohousing sociale e volontario. Peraltro questo permette di integrare finanziamenti pubblici dedicati al cohousing sociale con finanziamenti privati dedicati al cohousing volontario.

A tale scopo occorrerà prestare particolare attenzione alla composizione dei nuclei degli insediati, sia dal punto di vista delle diversità anagrafiche e di  condizione economica, sia riguardo le diverse nazionalità e provenienze, per consentire a tutti una integrazione culturale e sociale, attraverso lo sviluppo dei rapporti di vicinato. Va assolutamente evitata – come spesso avviene correntemente – che sotto la spinta del gravame economico la convivenza e la necessità di condivisione, trasformino gli insediamenti urbani in ghetti. Occorrerà quindi che le pubbliche amministrazioni si facciano carico della realizzazione di servizi infrastrutturali efficienti , che “rammendino” l’ordito della città.

Per quanto attiene la rigenerazione urbana, va considerato il recupero di insediamenti degradati attraverso la realizzazione di servizi adeguati ed il recupero di immobili in stato di abbandono, con variazioni d’uso a favore dell’abitare collettivo in luogo di  “valorizzazioni” con finalità speculative.  Tali interventi sono da considerarsi prioritari nel contesto metropolitano romano dove, il già critico consumo di suolo, rende necessario “costruire sul costruito” (1).

Di fondamentale importanza, al fine di determinare la qualità della convivenza sociale, rivestiranno le strutture dedicate alla “democrazia” interna ed esterna al cohousing, all’aggregazione sociale e allo sviluppo culturale e artistico: i luoghi assembleari, i luoghi di incontro, le biblioteche, le sale per proiezioni e rappresentazioni teatrali, gli spazi verdi, i servizi per l’infanzia, i servizi sanitari e di assistenza, le strutture per l’acquisto e la conservazione di beni alimentari, gli spazi dedicati agli approvvigionamenti energetici, le aree di ristorazione comuni ed i servizi di trasporto collettivo di beni e persone. 

A fondamento dell’abitare collaborativo dovrà essere definita una “carta della qualità della vita”, non solo concernente i valori edilizi ed urbanistici, ma anche il livello di benessere e i canoni di convivenza civile e sociale nei quali la comunità dei cohousers si riconosce. In tal senso si auspica che il cohousing non si limiti alla semplice  condivisione di beni e servizi, ma contribuisca al recupero ed allo sviluppo di una nuova visione culturale dell’abitare.

(1) Renzo Piano – “Rammendo e rigenerazione urbana”: https://www.youtube.com/watch?v=APcQ5Hra8Po